La stagione invernale
e la dura vita del papi-coach
Tre mesi di duri allenamenti. Senza alcun torneo. Solo una gara amichevole con una pari età (vinta con un convincente 6-3 6-3; l’anno scorso aveva perso con un netto 6-2). Ecco la dura vita di una pseudo tennista. Dunque settembre, ottobre e novembre a ripetere in modo anche estenuante dritti incrociati, rovesci incrociati, lungolinea, smash, volè, colpi in avanzamento ed altro. Seguendo tecniche moderne, preparazione atletica adeguata e tanti altri piccoli accorgimenti. Neanche un confronto. Neanche il master che pur s’era guadagnata sul campo.
Parliamoci chiaro: è dura la vita d’un papi coach. Siamo in piena crisi d’astinenza da tornei e furibonde litigate con gli altri genitori. Ma questa è la stagione invernale della pestifera Jade che riserva sempre tante piccole ed incredibili sorprese. Già, dovrei aggiornarvi sulla vita tennistica della peste e del papi. Dunque, andiamo con ordine. Partiamo dal papi in crisi d’astinenza da competizione agonistica.
Dopo aver seguito con gli occhi, per una intera stagione sulla panca, quelle maledette palline gialle, ha deciso di tornare sui campi. Era l’unico modo per ingannare il tempo. Soprattutto per non perdere la sempre possibile sfida sul campo: papi coach- peste. Non avevo alternativa. Il mio tennis datato (almeno dai tempi di Panatta e Barazzutti, Connors e Mcenroe e non da Laver come affermano con supponenza i maestri) meritava un aggiornamento tecnico. Così tra alti e bassi e con difficoltà estreme per ritagliare un po’ di spazio al mio esiguo tempo libero, ritorno sui banchi della scuola tennistica. Osservo con distacco quei birilli gialli che segnano il campo e mi rassegno a ripetere colpi di diritto e rovescio con le nuove impugnature. Mi manca il fiato. Ma non mi rassegno. Subisco i soliti attacchi, «Cambia l’impugnatura sul rovescio, gira quella racchetta, piegati sulle ginocchia. Non partire così in alto, lavora quella palla…»
I compagni di sventura, due donne e due uomini, reggono il gioco dei maestri. Fanno finta di niente. Si consolano con un bel colpo e si avventurano in incredibili varianti di dritto e rovescio. Tutte le lezioni terminano con l’agognata sfida finale, tra gli allievi, ai punti. Stanchi, sudati e distrutti ci prepariamo all’insolita girandola di punti, beccandoci come dei bambini. Ed è in quel preciso istante che scatta una molla interna. Inarco la schiena e comincio a saltellare con rinnovata energia a bordo campo. Osservo quella maledetta pallina gialla e quell’incerto servizio debole ed alto della povera sventurata, buttandomi come un falco verso la rete. Avanzo come un forsennato, mi giro a novanta gradi, in posizione perfetta con il piede opposto al dritto, sposto tutto indietro la racchetta, mimo un colpo in avanzamento e zac... fermo nell’aria la padella, gioco con il polso, aspettando la lenta ricaduta oltre la rete della pallina. La classica palla avvelenata. Una smorzata d’altri tempi. Osservo la smorfia di dolore dell’avversaria, sorrido beffardamente. Sottovoce mi scappa un Vamos… e torno al mio posto. Lentamente. Ascolto silenzioso i commenti a bordo campo (maestri compresi), «Che carogna…». Saltello sulla linea di fondo campo, pregustando un’altra risposta a quel servizio incerto, lento e terribilmente alto…
Ecco le mie lezioni invernali in attesa delle competizioni vere.
«Papi, papi, perché non racconti della sfida con zio Luccio?».
Cosa fai qui ancora in piedi? Perché non vai a dormire pestifera…
Beh anch’io ho fatto un errore. Prima del ritorno in campo (con i maestri per intenderci), ho accettato l’insolito invito di mio cognato. Voleva giocare a tennis.
Ok, mi porto anche la piccola peste…
«Jade? Finalmente scopriremo il gioco della piccola…»
Già. Dopo qualche palleggio mio cognato non aveva dubbi: «Facciamo divertire la piccola, lei gioca da sola e noi il doppio…»
Facciamo divertire la piccola? Eccome. Ha stravinto 6-4 4-1. Il secondo set è stato interrotto per evidenti segni di nervosismo della coppia.
«Che fortuna, tutte sulla riga… Ma cosa mangia? Dinamite? Ma non si ferma mai? Ok basta, così non si gioca…».
Abbiamo incrociato le racchette all’ennesimo colpo fortunato: un impossibile rovescio incrociato strettissimo…
Lei alza le mani al cielo, toccandosi i capelli: «Tutto qui… Non mi avete impegnato»
Vi risparmio il seguito.
Ma per la peste è cambiato tutto. Ora si fa sul serio: gioca sempre. Per decisione del maestro. Sei giorni su sette. E la vita tennistica comincia a prendere un’altra piega. Riprendono anche i tornei. Saranno fuori regione. E per il papi-coach sarà sempre più difficile riproporre la sfida in campo (per fortuna).
Rotolando, rotolando...
«Ogni nome un uomo
ed ogni uomo è solo quello che
scoprirà inseguendo la distanza dentro di se
Quante deviazioni
quali direzioni e quali no?
prima di restare in equilibrio per un po'
Sogno un viaggio morbido
dentro al mio spirito
e vado via, vado via
mi vida così sia
Sopra un'onda stanca che mi tira su
mentre muovo verso sud
sopra un'onda che mi tira su
rotolando verso sud...»
Negrita (Rotolando verso sud)
Testo e canzone dei Negrita sono assolutamente fuori tema del post (ma ha un tema il post che sto scrivendo?). Mettiamo ordine sui tanti pensieri che girano... Dunque i Negrita. Li ascolto con piacere. E' una musica solare. Le giuste sensazioni per raccontare di viaggi o per sognare le mete del sud del mondo. Colori, suggestioni e tutto ciò che sembra ben lontano dalle mie ultime giornate. Eppure, proprio in queste ore mi ritornano alla mente le mie ultime vacanze.
Avevamo scelto (scelto?) un tipo di vacanza… riposante. In un villaggio. Alle porte della Slovenia. Nella baia di Trieste. Con il solito Teddy, con Marù e con tutta la compagnia…
Una vacanza riposante? Di sicuro diversa dai miei soliti giri…
E' stata un… uragano di vacanza. Ed infatti le forze delle natura si sono scatenate la notte dell’otto agosto. Qualcuno avrà anche visto i servizi televisivi su quel che restava della pineta e del porto di Grado. Ebbene, ci trovavamo proprio in quei posti. Precisamente in uno dei tre villaggi maggiormente colpiti dal… tornado.
(la pineta devstata dalla furia della natura)
Un evento del tutto eccezionale per le coste italiane ed addirittura per la ventosa baia triestina.
Ci trovavamo nella pineta di Grado. In una pineta immensa che ora non esiste più. Semplicemente perché spazzata via dalla natura e nei giorni successivi dai volontari e dalla protezione civille costretti a tagliare gli alti pini rimasti miracolosamente in piedi. In quella strana notte tropicale i venti hanno toccato i 170 km orari (secondo quanto riportato dalle stesse cronache del Piccolo di Trieste).
(le tende distrutte)
E noi? Salvi per un pelo. Io e Patty aggrappati per oltre dieci minuti alla tendina (completamente distrutta dal vento) del nostro Teddy. Con alberi e rami che cadevano intorno. Esattamente a dieci metri dal nostro posto è letteralmente volata via una piccola struttura di cemento con una larga tettoia. Camper e roulotte distrutte. Tende volate via. Chissa dove… Villeggianti feriti e, purtroppo, anche due morti nel villaggio accanto al nostro. Padre e figlia norvegesi che si trovavano in una «Canadese» centrata in pieno da un pino di oltre trenta metri. Devo aggiungere altro?
(roulotte e camper distrutti)
Sì, Jade e Noah (le nostre figlie) si trovavano sulla spiaggia quando si è scatenato l’inferno. Improvviso e catastrofico. Come solo la natura talvolta offre. Erano in compagnia degli amici dopo la serata dedicata alla miss del villaggio. Hanno fatto appena in tempo a fuggire via quando si sono accorti del vento improvviso e di un muro d’acqua che si alzava dal mare. Poi, tuoni, fulmini e folate di vento che ti portavano lontano e non ti facevano respirare. Jade (non scherzo) per poco volava, tirata giù dalla più energica Noah. Hanno attraversato la pineta saltando ed urlando. Le abbiamo ritrovate nei bagni del villaggio. L'unico posto sicuro per proteggersi dal tornado.
Urla, abbracci, disperazione ed anche tante belle persone. Come un simpatico omaccione inglese, inzuppato d’acqua, con una piccola torcia che continuava a rincorrere le persone, a cercare le ombre nella notte per accompagnarle nel rifugio in cemento. Che dire: cercavo una vacanza riposante. Mi sono ritrovato, il giorno dopo, Bertolaso che ha fissato il quartier generale della protezione civile al villaggio Europa. I volontari friulani in meno di 48 ore hanno rimesso al sicuro tutto il villaggio. Noi abbiamo raccolto i cocci e siamo ripartiti.
Non ne abbiamo più parlato... Rimosso anche dalla testa delle mie figlie. Dopo quel giorno Patty ha avuto due attacchi di panico. Durante due violenti temporali...
Dopo tanto tempo Jade l'altro giorno mi ha raccontato: «Lo sai Papi, non riuscivo ad entrare nei bagni. Mi sembrava di volare. Il vento mi portava dietro. Ma Noah mi teneva la mano... Dai papi non dormire, andiamo a giocare...».
Già, prendi quella racchetta e non perdere tempo!
«Ogni nome un uomo
ed ogni uomo è solo quello che
scoprirà inseguendo la distanza dentro di se
Quante deviazioni
quali direzioni e quali no?
prima di restare in equilibrio per un po'
Sogno un viaggio morbido
dentro al mio spirito
e vado via, vado via
mi vida così sia
Sopra un'onda stanca che mi tira su
mentre muovo verso sud
sopra un'onda che mi tira su
rotolando verso sud...»
Negrita (Rotolando verso sud)