brugue

Il giorno è sempre più oscuro, sarà forse perchè è storia, sarà forse perchè invecchio... Scusatemi per la citazione di Francesco...
giovedì, 15 gennaio 2009

Il villaggio dei bambini perduti/4-fine
La magia e il tempo


Magia? Sì, è una piccola grande magia o un sortilegio. Nel nostro villaggio tutti i bambini hanno qualcosa da chiedere alla vita che scappa e a chi dirige il nostro percorso. Tutti hanno qualche domanda che non avrà alcuna risposta. Come l’infanzia strappata senza alcun motivo. Ma nel villaggio dei bambini perduti ho visto solo dei …bambini felici. Non hanno paura del mondo e non hanno paura della solitudine. Non hanno paura della miseria e della malattia. Non hanno più paura del tempo perché un mago senza nome ma dal grande sorriso ha fermato tutto. Anche e soprattutto il tempo. Le lancette non vanno avanti. Hanno solo un ordine: tornare indietro. Lentamente ma inesorabilmente, proprio come il tempo che passa. Ma all’indietro. Così, nel villaggio dei bambini perduti tutti tornano lentamente indietro e le malattie regrediscono. Come i ricordi. E le paure si dissolvono come le nuvole più grigie. I bambini diventano sempre più piccoli e a poco a poco scompaiono oltre la foresta. Tornano dove sono nati. Tornano perché fortemente voluti dai genitori. Tornano all’infanzia che avevano abbandonato. Anch'io presto andrò via. Mi ha raccontato tutto l'unico vero testimone del villaggio dei bambini perduti: la grande quercia. L'unico riparo per i bambini che verranno. Ora sono stanco. Scusatemi. Ho un gran sonno e qualcuno già mi aspetta oltre la foresta. Anch'io ho perso il tempo. Ridivento più piccolo e quasi non ricordo più nulla. Farò in tempo a salutarvi? Già il tempo che passa o che non c'è più...
Che il tempo sia con voi, come il mago senza nome ma dal grande sorriso…

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mercoledì, 10 dicembre 2008

Il villaggio dei bambini perduti/3
Le altre storie

Nel villaggio ci sono tanti bambini. Tutti più o meno legati da uno strano destino: abbandonati dalla propria famiglia. E tutti con un destino segnato. Oscar non lo sa. E’ malato dalla nascita di Aids. Contratto dalla madre e trasmesso al piccolo. La madre non ha atteso molto per abbandonarlo. Non aveva la forza e neanche il coraggio per immaginare una vita normale. Quanto tempo sarà trascorso dall’abbandono? Oscar non lo sa. Anche perché il tempo nel villaggio dei bambini perduti è solo un concetto indefinito.
Ci vive Joseph, austriaco di nascita. Dodicenne? Può darsi. Ha i capelli biondi come il sole e gli occhi d’un verde cangiante. Dorme dentro la cavità di una grande sequoia. Sogna di diventare un grande ingegnere. Non sa di essere segnato da un forma rara di leucemia. I genitori? Persi in un incidente automobilistico. Dalla morte alla vita si è risvegliato nel villaggio dei bambini perduti. Quanti anni fa? Boh. A cosa serve il tempo in questo strano posto nascosto nel bosco immenso ed impenetrabile.
E così Arthur, Jasmine e la bella Seraphine. Ma quanti bimbi si trovano in questo strano posto? Arthur ha le lentiggini ed una età indefinibile come la sindrome di Down che si è impadronita del suo corpo e della sua mente. Anche lui non ricorda più i genitori. In un giorno freddo e piovoso lo hanno abbandonato dentro una sorta di cavità naturale. Davanti all’immenso portone di un casone grigio senza identità.
Jasmine è affetto dalla malattia di Gaucher, un’altra immunodeficienza ereditaria. I suoi globuli rossi sono destinati a scomparire, alterando l’equilibrio del suo corpo in modo devastante. E l’elenco continua. In un vero girone infernale. Girone infernale? Un attimo. Non ho avuto il tempo (già il tempo!) di raccontarvi del sortilegio. Della piccola grande magia…
(3-continua)

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giovedì, 04 dicembre 2008

Il villaggio dei bambini perduti/2
La storia di Oscar


Come ci sono arrivato in questo luogo? Non lo so… Non lo ricordo. Non conosco neanche le viuzze e nessun bambino che dimora nel paese che non c’è. Non ci sono orologi perché il tempo si è fermato. E nessuno ha più memoria. Almeno per ricordarsi, chi è? Quanti anni ha? Dove abitava prima? E soprattutto perché ci sono solo bambini in questo strano villaggio? Ma c’è un altro mistero: i nostri genitori. Sono ancora vivi? Dove si trovano?  E dietro la nostra foresta esiste un altro mondo? Tutto qui. In questo villaggio c'è tutta la nostra vita. Ah scusatemi… non mi sono ancora presentato: mi chiamo Oscar. Almeno credo. Ho… forse 11 anni. Vivo dietro quell’angolo. Nella mia casetta di lamiere. Al riparo sotto la grande quercia. Trascorro il mio tempo (tempo?) a contare le notti e le giornate nel villaggio di Vattelapesca… Ma non vi ho ancora detto l’altro problema… (problema?) del nostro villaggio: per uno strano sortilegio non invecchiamo. Restiamo piccoli e siamo prigionieri del nostro mondo incantato. Non riusciamo a trovare la giusta strada per lasciare il villaggio dei bambini perduti...
(2-continua)
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martedì, 02 dicembre 2008

Il villaggio dei bambini perduti

“Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla sua testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui. Uno scrittore è condannato a ricordare quell’istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ha ormai un prezzo”.
Carlos Ruiz Zafon


Si può scrivere guidati da un libro che non c’è? E’ come la musa che non t’ispira mai, ma sai di trovarla dietro l’angolo dell’immaginazione. In fondo si tratta di scrivere quelle pagine vuote che ritrovi da una vita nel cassetto dei sogni. Bianche, pure ed un po’ impolverate. Oppure si può scrivere guidati dal libro che leggi che svela col tempo un racconto così misterioso e originale da prenderti per la gola, come un peccaminoso divoratore di libri dimenticati.
Storie, racconti e favole. O solo il ricordo che riaffiora di un libro che hai già stampato nella tua mente. Cosa importa. C’è l’inizio della favola impossibile d’un qualsiasi Natale. Siete pronti? Vi accompagnerò tenendovi per mano nel villaggio dei bambini perduti… Attenti, è una favola: non so dove ci porterà. Come sempre!
(1-continua)

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martedì, 25 novembre 2008

La stagione invernale
e la dura vita del papi-coach


Tre mesi di duri allenamenti. Senza alcun torneo. Solo una gara amichevole con una pari età (vinta con un convincente 6-3 6-3; l’anno scorso aveva perso con un netto 6-2). Ecco la dura vita di una pseudo tennista. Dunque settembre, ottobre e novembre a ripetere in modo anche estenuante dritti incrociati, rovesci incrociati, lungolinea, smash, volè, colpi in avanzamento ed altro. Seguendo tecniche moderne, preparazione atletica adeguata e tanti altri piccoli accorgimenti. Neanche un confronto. Neanche il master che pur s’era guadagnata sul campo.
Parliamoci chiaro: è dura la vita d’un papi coach. Siamo in piena crisi d’astinenza da tornei e furibonde litigate con gli altri genitori. Ma questa è la stagione invernale della pestifera Jade che riserva sempre tante piccole ed incredibili sorprese. Già, dovrei aggiornarvi sulla vita tennistica della peste e del papi. Dunque, andiamo con ordine. Partiamo dal papi in crisi d’astinenza da competizione agonistica.
Dopo aver seguito con gli occhi, per una intera stagione sulla panca, quelle maledette palline gialle, ha deciso di tornare sui campi. Era l’unico modo per ingannare il tempo. Soprattutto per non perdere la sempre possibile sfida sul campo: papi coach- peste. Non avevo alternativa. Il mio tennis datato (almeno dai tempi di Panatta e Barazzutti, Connors e Mcenroe e non da Laver come affermano con supponenza i maestri) meritava un aggiornamento tecnico. Così tra alti e bassi e con difficoltà estreme per ritagliare un po’ di spazio al mio esiguo tempo libero, ritorno sui banchi della scuola tennistica. Osservo con distacco quei birilli gialli che segnano il campo e mi rassegno a ripetere colpi di diritto e rovescio con le nuove impugnature. Mi manca il fiato. Ma non mi rassegno. Subisco i soliti attacchi, «Cambia l’impugnatura sul rovescio, gira quella racchetta, piegati sulle ginocchia. Non partire così in alto, lavora quella palla…»
I compagni di sventura, due donne e due uomini, reggono il gioco dei maestri. Fanno finta di niente. Si consolano con un bel colpo e si avventurano in incredibili varianti di dritto e rovescio. Tutte le lezioni terminano con l’agognata sfida finale, tra gli allievi, ai punti. Stanchi, sudati e distrutti ci prepariamo all’insolita girandola di punti, beccandoci come dei bambini. Ed è in quel preciso istante che scatta una molla interna. Inarco la schiena e comincio a saltellare con rinnovata energia a bordo campo. Osservo quella maledetta pallina gialla e quell’incerto servizio debole ed alto della povera sventurata, buttandomi come un falco verso la rete. Avanzo come un forsennato, mi giro a novanta gradi, in posizione perfetta con il piede opposto al dritto, sposto tutto indietro la racchetta, mimo un colpo in avanzamento e zac... fermo nell’aria la padella, gioco con il polso, aspettando la lenta ricaduta oltre la rete della pallina. La classica palla avvelenata. Una smorzata d’altri tempi. Osservo la smorfia di dolore dell’avversaria, sorrido beffardamente. Sottovoce mi scappa un Vamos… e torno al mio posto. Lentamente. Ascolto silenzioso i commenti a bordo campo (maestri compresi), «Che carogna…». Saltello sulla linea di fondo campo, pregustando un’altra risposta a quel servizio incerto, lento e terribilmente alto…
Ecco le mie lezioni invernali in attesa delle competizioni vere.
«Papi, papi, perché non racconti della sfida con zio Luccio?».
Cosa fai qui ancora in piedi? Perché non vai a dormire pestifera…
Beh anch’io ho fatto un errore. Prima del ritorno in campo (con i maestri  per intenderci), ho accettato l’insolito invito di mio cognato. Voleva giocare a tennis.
Ok, mi porto anche la piccola peste…
«Jade? Finalmente scopriremo il gioco della piccola…»
Già. Dopo qualche palleggio mio cognato non aveva dubbi: «Facciamo divertire la piccola, lei gioca da sola e noi il doppio…»
Facciamo divertire la piccola? Eccome. Ha stravinto 6-4 4-1. Il secondo set è stato interrotto per evidenti  segni di nervosismo della coppia.
«Che fortuna, tutte sulla riga… Ma cosa mangia? Dinamite? Ma non si ferma mai? Ok basta, così non si gioca…».
Abbiamo incrociato le racchette all’ennesimo colpo fortunato: un impossibile rovescio incrociato strettissimo…
Lei alza le mani al cielo, toccandosi i capelli: «Tutto qui… Non mi avete impegnato»
Vi risparmio il seguito.
Ma per la peste è cambiato tutto. Ora si fa sul serio: gioca sempre. Per decisione del maestro. Sei giorni su sette. E la vita tennistica comincia a prendere un’altra piega. Riprendono anche i tornei. Saranno fuori regione. E per il papi-coach sarà sempre più difficile riproporre la sfida in campo (per fortuna). 
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domenica, 26 ottobre 2008

LE AVVENTURE DI JADE
Tennis, tennis e ancora tennis


Mi ero ripromesso di aggiornare le avventure o le disavventure della temibile peste Jade in campo da poco più di un anno (ha iniziato l'agonismo nel mese di settembre 2007, due mesi prima ha giocato per la prima volta a tennis).
Ora è ufficiale: è entrata nei master (ranking under 12 campania). Cosa vuole dire? Al termine dell'anno agonistico, sulla base dei risultati ottenuti nei diversi tornei, si è qualificata tra le prime sedici (nella sua categoria under 12. ps. lei ha appena compiuto 11 anni) della regione. Quindi dovrebbe partecipare al master regionale.  Una sorta di supercoppa tra le migliori dell'anno. Un bel successo personale, considerando l'inesperienza e sopratutto la giovane età agonistica. Ma il master non lo farà! Decisione tecnica inappellabile.
Nel senso che il maestro, sulla base di una precisa tabella tecnica di preparazione, ritiene inopportuna la partecipazione al master sedici. Insomma, capita in un momento della stagione in cui si cura molto la parte tecnica e si perfezionano certi colpi e la fase agonostica appare del tutto inopportuna se non addirittura dannosa.
E la peste incassa. Come? Devo dire con grande sportività. Forse più del papi-coach...
Divertentissima la reazione della peste.
«Papi non vado al master...»
lo so... lo so...
«Beh non fa niente. Tanto a dicembre si va a Roma...»
A Roma?
«Ma sì, al Lemonbowl...»
Il torneo internazionale?
«Sì, sì...»
...vai a raccogliere le palline (ehehehe)?
«Papiiiii, tu pensa a prenotare l'albergo che è sotto Natale...»
...albergo? Ma sei impazzita?
«Certo. Non ho nessuna intenzione di restarci solo un giorno...»
Sono preoccupato. Seriamente preoccupato. Non bastava la mia bacheca personale (sono spariti tutti miei trofei)...  ora rischia anche il mio conto... (argh! sigh! Urca!).



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lunedì, 19 maggio 2008

TORNEI A SQUADRE ED INDIVIDUALI
L'insuperabile papi-coach/3


All'età di mia figlia (ormai undici suonati... l'altro ieri) i tornei di tennis si caratterizzano perché individuali o a squadre. C'è una grande differenza. In primo luogo, nei tornei a squadre la figura del maestro-tecnico è fondamentale. Può intervenire e consigliare le piccole... pesti.
Nei tornei individuali è assolutamente vietato sedere accanto alle tenniste,  ma sornione interviene il padre-coach... dall'esterno. Una presenza inquietante e misteriosa, accompagnata da gesti ed urlacci di incoraggiamento e da epiteti irripetibili.
Tra le ultime esibizioni (è un modo di dire per nascondere le cocenti sconfitte) ho assistito ad una due giorni indimenticabile in in un posto meraviglioso che, per ragioni diplomatiche, non posso citarvi.
Dunque mia figlia, la temibile Jade, per non so quali meriti sportivi, viene selezionata, nella sua categoria (all'epoca dieci anni suonati), per partecipare al torneo regionale tra le migliori in assoluto del tennis campano. La selezione giunge al termine di una serie di incontri tra le migliori tenniste provinciali ed ovviamente la piccola peste perde proprio la finale decisiva (6-4 6-3 per la cronaca) nonostante i consigli e le urla del papi-coach dalla tribunetta...
Dunque... viene sbattuta fuori... Noooo, troppo facile. I maestri si riunicono e decidono di convocarla come... riserva. Dicono: è brava. Deve fare esperienza. Poi, con aria di circostanza aggiungono al papi coach, «lei non può capire... ma la ragazzina ha grinta...». Incasso il colpo e rinuncio ad un sospirato weekend al mare e mi organizzo per l'ennesima trasferta tennistica.
Mi porto un po' di libri, tanto per ingannare il tempo. Mia figlia non giocherà e il papi coach intende rilassarsi, affidando alla moglie le relazioni tecniche specifiche sulle ragazzine-tenniste più forti. Nel primo incontro, a squadre, accade l'imprevedibile. Il team di mia figlia è in netto vantaggio, ma c'è un singolare che non termina. E' una gara estenuante. Finirà per stanchezza dopo tre ore e un quarto di gioco. Ma c'è un  problema: la ragazzina deve giocare il doppio nella gara successiva. E' distrutta e mentalmente svuotata. Il maestro si gira e senza perdere tempo: Jade prendi la racchetta, tocca a te.
Incredibile. Entra in campo contro due bisteccone. Più grandi di lei perchè hanno almeno dodici anni. La peste non si fa pregare. Poco prima rompeva a tutti perchè palleggiava fuori dai campi contro un muretto o con amichette conosciute sul posto. Il papi-coach è letteralmente preso da trance agonistica e sopratutto inca...volato perchè era giunto all'ultimo capitolo di uno dei tanti libri di Dan Brown... Ripongo il volume e mi sposto sul campo per il doppio.
Dai primi colpi già si comprende come andrà a finire: sarà un massacro.
Mi accorgo di essere circondato da maestri federali che cominciano a chiacchierare... Si parla del torneo, delle ragazzine viste in campo fino a quel momento e ad un certo punto parlano di... jade. Qualcuno chiede notizie su quella ....piccoletta. Fischietto inquieto. Riprendo il libro tra le mani perchè non oso spiegare che, in fondo era solo una riserva. Una piccola peste con una padella in mano...
«Però che grinta... non è male tecnicamente... forse un  po' fallosa... Deve lavorare sul dritto... ma che bel rovescio...»
In quel momento decido di riporre il libro e dispensare consigli tecnici alla piccola peste. «Attenta sotto rete... concentrata... piegati sulle gambe... più regolare...»
Fa caldo. Indosso un cappellino con i colori sociali di Wimbledon ed un paio di occhiali a specchio che mi coprono gran parte del volto. Ho una magliettina Nike alla marinara ed un jeans firmato. Mia moglie mi guarda. Ondeggia con la testa ed allunga il dito al naso, invitandomi ad un doveroso silenzio. Sui campi da tennis non si parla per non deconcentrare le atlete.
Riprendo il libro di Dan Brown e mi concentro su un finale inquietante...
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domenica, 27 aprile 2008

LA GARA DEL PAPI COACH
(2- La vita di una temibile tennista)


Arriva il giorno del grande match. Scopri (con il solito ritardo) da tua moglie che la piccola peste deve giocare in un pomeriggio infrasettimanale quando sei clamorosamente impegnato con riunioni ed altro. E con la solita indifferenza affronti l’improvviso impegno sportivo. Solo all’ultimo avverti la famiglia, «Ok mi sono liberato ho cinque minuti di tempo. Vengo…». 
E tua moglie, «Senti brù … se rompi ogni cinque minuti che devi andar via…».
Così ti accorgi quanto sia importante la presenza del papi coach. Per la piccola. Per tutti.
Finalmente una gara di torneo. Dopo mesi di discussioni incredibili ed improbabili, agli allenamenti di tua figlia con genitori che hanno alle spalle anni e anni di tennis. Li guardi con aria incredula ed avverti tutto il tuo peso e la responsabilità, affrontando con coraggio la discussione cardine: «Tua figlia è migliorata notevolmente…» ed io sornione, «Beh non posso lamentarmi, studia. La maestra le ha…»
«La maestra? Veramente abbiamo un maestro federale…»
Cerco aiuto da mia moglie guardandola intensamente. Ma lei si allontana, ridendo. Silenziosamente…
Ed io sicuro, «Già, già ha ragione…»

L
La gara di torneo. Inizia dalle qualificazioni. Mia figlia mi parla del tabellone ed io fingo assoluta ignoranza in materia. Mi parla dei sorteggi. Di fortuna e bravura delle avversarie. Per me sono solo delle under 12.
La partita di tennis in un torneo del genere è particolare. In realtà è una doppia partita. Si gioca in campo e sugli spalti. Ma la gara più difficile è quella che affronti con i genitori –allenatori avversari. E’ una sfida sottile. Fatta di battute. Di aces. Di voles e di rovesci incrociati. E’ difficile spiegarlo, se non vivi intensamente una gara da papi coach. Intensamente e  nervosamente. Guardando l’orologio, riflettendo, «ma quando finisce?» Perché devi tornare al lavoro…
L’ultima gara disputata da mia figlia è stata semplicemente… lunga. Ma ricca di colpi di scena.
Ha affrontato un’altra piccola peste con genitori allenatori insuperabili. Anche questa è stata una doppia gara. Difficile. Nel primo set, come spesso accade quando gioca Jade, non c’è stata storia. Ha perso 6-0.  La piccola peste ha due soprannomi «Piccolo diesel» e «Gazzella». Vi risparmio le spiegazioni. Dopo il 6-0 ho compreso che dovevo usare la tattica «Cassius Clay». Non avevo alternative. Anche per i continui suggerimenti offerti dai genitori allenatori avversari. «Dai piccola, che abbiamo da fare. Chiudi in fretta il match con questa “patata lessa”».

Jade in campo
Quando ti accorgi che hanno dato della «patata lessa» a tua figlia non sempre riesci a consumare e metabolizzare in fretta il concetto. Ma sai che è solo una provocazione diretta al papi coach.
Vi ricordate il più grande match nella storia della boxe? Nooooo. Va bene, Vi tolgo dalle secche dell’incoscienza senile. Foreman – Cassius Clay. Il grande Mohamed Alì sapeva di affrontare un bisonte energumeno, nettamente più potente. Si chiuse a  riccio in un angolo subendo per sei lunghe riprese una serie impressionante di colpi ai fianchi. Si proteggeva con la guardia alta ed ogni tanto lo provocava: «Forza colpiscimi scimmione…» E Foreman cadde nella trappola. Si buttò come una furia senza pensarci sopra. Finendo le sue energie mentali e fisiche. Quando Clay decise di uscire dal guscio. Improvviso. Come una farfalla. Due ganci, un uppercut micidiale ed altri colpi improvvisi che Foreman non vide, ma sentì,  barcollando e cadendo pesantemente a terra.
Anch’io sul sei  a zero per l’avversaria stavo stretto in un angolo. Subendo ogni serie di colpi. A volte micidiali e con una guardia neanche troppo alta. Ma Jade non rispondeva alle sollecitazioni. Con un gesto inequivocabile, dagli spalti le avevo suggerito discretamente di far correre quella dannata ragazzina da una parte all’altra del campo per non farla ragionare e soprattutto sparare quel dritto potente. All’inizio del secondo set, mai rispondendo alle provocazioni, dei genitori-allenatori, ho tentato l’ultima carta affidandomi alla boccetta miracolosa. Alla Trapattoni. Mi rigiravo da una mano all’altra la bottiglietta del Tea di mia figlia, pensando a tutte le possibili soluzioni tecniche per venire a capo del match. Così pensando intensamente all’eventualità che l’avversaria fosse presa da una crisi fisiologica. Del tipo, «un attimo devo correre in bagno», rimanendo per ore bloccata dentro. Andrebbe bene una vittoria a tavolino. Per l’assenza dell’avversaria. Potrei tornare anche presto al lavoro. Mentre la boccetta magica non cambiava le sorti dell’incontro (ma il tea di mia figlia era buono), la «piccola diesel» entrava in carburazione. Vince il secondo set con un clamoroso 7-5. Il papi coach ha resistito alla facile tentazione dell’effimera vittoria, ricordandosi della tattica «Cassiu Clay», non incrociando gli sguardi degli allenatori-avversari. Sopratutto rimanendo silenzioso. Dall’altra parte la sofferenza era evidente. «Ma cosa combini? Come si fa a perdere un  set con una «patata lessa»?»
Verso il finale del terzo set, sempre più delicato (in campo si va al tie-break), decido di affondare il colpo risolutore e chiudere la mia gara.
«Complimenti per vostra figlia. Comunque vada è stato un bel match. Da quanti anni gioca a tennis?».
Il padre non si accorge della trappola e la moglie è solo presa dal raptus agonistico, «Ma credo sei anni… Ha iniziato presto a giocare a tennis…»
Ecco il momento tanto atteso. Pregusto la vittoria e la vendetta da papi-coach. Con calma, studiando le pause, affondo, «Capisco… Beh la mia gioca a livello agonistico da settembre…»
E con malizia conto i mesi esaltandomi ad ogni smorfia del padre avversario e della madre che deglutisce nervosamente rischiando una crisi respiratoria, «Uno…due…tre…quattro…cinque…sei…credo sette. Sì, sono sette mesi. Gioca da sette mesi a tennis… Sì, sono proprio contento dei progressi che ha fatto!».
Il padre sprofonda con lo sguardo perso nel vuoto. La madre, sempre più rossa in volto, tossisce per respirare. La gara in campo termina al tie-brek (6-0, 5-7, 7-6) in favore dell’avversaria, ma i genitori allenatori sono scuri in volto, ripensando alla «patata lessa».
Mia moglie divertita, «Non ti porto più…». E Jade urlando a fine gara, «Papiiiii il mio tea…»
«Oh scusami piccola… avevo sete».
(2-continua)   

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domenica, 30 marzo 2008

30 Marzo

Il tempo è solo la tua ombra. Ti segue all'infinito... anzi, fino alla morte! (anonimo o brugue)

IL COLLEZIONISTA DI FAVOLE

Sarà l'ora legale o un sole che finalmente riscalda, ma la pigrizia sembra lasciarmi. Ritorno ma senza ansia da prestazione (tipica da blogger). Torno a scrivere sul mio diario virtuale quando ne ho voglia. Senza tempo. Appunto. Piuttosto rispunta l'istinto da collezionista. Vorrei aprire il blog. In che senso? Chiedervi di partecipare. Come? Con le favole, diamine! Con le vostre storie.
Sono un collezionista di favole e di storie. Ed ho intenzione di pubblicarle tutte. Dove?
Sul mio blog. Vi aspetto. Al collezionista di favole... brugue. Patti chiari: non si vince niente. Solo qualche sogno in più...
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domenica, 25 novembre 2007

TERZO (INCREDIBILE) POSTO
(La terribile Jade!)

E' iniziata la stagione tennistica. La nuova stagione tennistica della peste. Ci sono tante novità che riguardano la terribile Jade. Da qualche mese ha intrapreso un altro corso (ancora più intensivo perchè selezionata dalla Federtennis). Jade ha un modo tutto particolare di dedicarsi a questo sport: partecipa per vincere. Almeno così afferma. Resta il fatto che il vero obiettivo resta quello di dare qualche lezione ai maschietti della sua categoria. Sì, perchè l'aspetto più divertente degli allenamenti di Jade, sono le litigate col biondino e con qualche altro povero ragazzotto che le capita a tiro.
Per farla breve, ieri mattina (altra levataccia alle ore 7,40 del mattino) ha partecipato al primo serio torneo agonistico regionale della sua carriera.

Il torneo di Napoli(tutti i partecipanti al torneo di Napoli)

In quel di Napoli si è ritrovata ad affrontare una trentina di ragazzine di paricategoria (per la verità anche più grandi). E la temibile Jade ha centrato (clamorosamente dico Io) il terzo posto assoluto nel torneo.

Finale a Napoli di Jade(Jade in azione nella fase finale del torneo)

Nel torneo ha vinto la gara di abilità, si è piazzata al quarto posto in quella delle battute ed è arrivata alle semifinali del torneo di tennis con un eloquente percorso (7-0 7-0; 7-0 7-2; 4-6 6-3 2-0 tiebreak; 10-8 ai quarti e 5-7 sconfitta in semifinale).

Premiazione Jade(Jade, la peste, premiata in campo)

Vincendo la prima coppetta della carriera. Ora iniziano i problemi. Pretende la creazione di una bacheca in casa per riporre i prossimi trofei. E vuole spostare in soffitta i miei trofei di pesca sportiva, golf ecc. ecc...
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Chi sono

Utente: brugue
Bruno Guerriero
L'età? Uagliò... la vita è già difficile...
Sono giornalista, uno dei tanti. Lavoro in un quotidiano. Lavoro? Va bene, va bene... dite quello che volete.
Amo scrivere, leggere e viaggiare. Raccontare storie. Più o meno credibili.
Riesco ancora a sognare e qualche volta m'incaz...
Credo nelle solite cose: la manina di Dio di Maradona, le rovesciate di Bonimba e in un mondo migliore. Ma questo fa parte dei miei diciotto anni.
Ecco, credo ancora nei miei 18 anni.
La mia email brugue@interfree.it


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